JELLA O FORTUNA?

Nessuno crede ma…..tutti sperano che la Fortuna invocandola ci abbracci una volta e…buona. La magia esiste? No. Esiste la bontà, la cattiveria, l’invidia (che secondo me è la jella). In tempi assai lontani l’uomo per accattivarsi la buona sorte ricorreva a rituali pagani. Pregava il dio Sole per arricchire le risorse della Terra. Rispettava la Luna che illuminava la notte. Quando si scatenavano temporali che sconquassavano le loro vite rimanevano impietriti, terrorizzati perché temevano le ire dell’Universo. Già, altri tempi direte. All’interno delle tribù costituite c’era sempre un vecchissimo saggio (ne aveva passate di tutti i colori nella sua lunga vita) che memore delle sue esperienze era delegato Stregone perché spesso affidandosi alle sue esperienze riusciva a salvare molte situazioni pericolose.

Il mondo della divinazione è pur sempre ricco di fascino. Il mistero svelato (ma va’) che nei secoli dei secoli non è mai scomparso anche se di misteri svelati soltanto quello della Madonna ci è dato sapere con sicurezza. Me le formule che promettono ricchezze e salute resistono ai tempi. Anzi sembra che siano raddoppiate. Sarà la crisi economica e quelle delle idee vincenti. Impoverimento culturale che regala letture facili e facili esorcismi contro la jella. Noi invece parleremo dei talismani casalinghi. Con prodotti della Natura e tanta ironia.

Sale grosso: pulite ben bene i pavimenti (sullo sporco la jella ci gode). Aspettate la mezzanotte. Munitevi di bastoncini di incenso. Allo scoccare dell’ora stabilita prendete un bel mucchietto di sale grosso e gettatelo dietro la spalla sinistra. Il sale assorbe le negatività e l’incenso porta gioia e allegria oltre ovviamente ad un buon profumo.

Sale grosso a piccoli grani (capirete perché): prendetene due granellini. Mettetele nelle scarpe il giorno del vostro matrimonio. (stoicità con il fastidio) Usatene anche nel caso abbiate un importante appuntamento di lavoro. Se le vostre estremità fossero tanto sofferenti l’alternativa è: un sacchettino dove metterete i granelli di sale grosso e in un taschino se siete un uomo, nella borsetta se siete ovviamente una donna. Se ci credi funziona.

Un corallo rosso, un dente di carnivoro (non i vostri) la radice di verbena oppure un dente di pescecane o di cinghiale i maghi del passato garantivano l’efficacia. Portatelo al posto del sale grosso.

Con l’avvento della modernità i maghi benevoli ci dicono che: se il collant si dovesse smagliare contemporaneamente in due punti sappiate che è di grande auspicio. Riceverete un bellissimo regalo.

Il ferro di cavallo (meglio se arrugginito) e un chiodo trovati per strada sono una manna per la fortuna. Raccoglieteli senza vergogna e avrete i talismani più potenti che ci siano. (mi raccomando non rubarlo da un piede sano di un povero equino).

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LA STRAGE DEGLI INNOCENTI

Ero una mamma. Una mamma Foca. Vivevo nei mari del nord e giocavo sui ghiacciai. Vivevo felice in questo angolo di Paradiso, dove il tempo sembra non avere orari. Dove la notte scende lentamente. Non conoscevo le dita adunche della morte e il dolore che strazia le tue stesse carni. Fino al giorno in cui odo un rumore, delle urla, stridii e una voce che mi urla di correre. _ Corri più che puoi devi salvare i tuoi cuccioli. Salvare i miei cuccioli? Da chi? Ora ho lasciato l’ultima nata al mio compagno è bellissima, il suo pelo è lucido e bianco come i ghiacciai che abbiamo intorno.

Le comari urlano con lei, piangono. Lei Mamma Foca non si ferma. Deve ritrovare l’ultima nata. Ha già perso troppi cuccioli. E allora corre, corre dietro a quella voce ed il suoi occhi diventano obiettivi, le sua piccole zampe veloci come la luce. E proprio mentre corre e cerca di vedere lontano ode degli stridii strazianti. E’ in quel momento che li vede, vede quattro piccoli cuccioli. Il suo stupore è immenso. Debbono essere appena nati. Come la sua piccola scomparsa. Forse è proprio lei, pensa tra sé e sé. E riprende a correre fino a quando li raggiunge. Lo stupore la blocca. I piccoli sono legati, i loro piccoli occhi carichi di dolore, le ciglia appena formate umide di lacrime. Vede smarrimento, dolore, disperazione. Vorrebbero fuggire, ma sono legati attaccati uno all’altro. Possono soltanto gridare insieme e toccarsi con la punta dei loro musetti. Vicino a loro decine di sacchi chiusi. Legati e abbandonati lungo il ghiacciaio. Sono sacchi pieni. A tratti sembra si muovano. Mamma Foca ha capito. Ora ha paura, è terrorizzata. A capito che quei sacchi appartengono alle lunghe dita adunche dei bracconieri. Quando cadono le stagioni dei nostri nidi li vediamo da lontano venire verso di noi muniti di sacchi grandi e bastoni per uccidere e portar via i nostri cuccioli. Si sentono forti i bracconieri sanguinari. Conoscono la nostra lentezza. Ma ora no. Cerco di essere veloce. Apro un sacco e poi l’altro. I piccoli mi guardano smarriti. Iniziano a fuggire. Poco distante le altre mamme Foche li accolgono con stridii di gioia, di amore. Riescono persino a saltare con queste nostro piccolissime zampe. Poi inizio ad aprirne altri ed altri ancora, fino a quando vedo alcuni sacchi rammolliti. Immobili. Allora capisco. Voglio guardare e capire fino a che punto l’uomo può andare in giro con il solo vessillo della morte. Le loro testoline sono insaccate in un intrigo di pelle rosa. Come quelle dei neonati. Uomo immondo per pochi soldi ti sei macchiato di un reato che urla vendetta. Non dà noi mamme Foche. No. Noi siamo capaci soltanto piangere i nostri figli uccisi da voi per pochi soldi. E il danaro sarà la vostra maledizione.

Sono una mamma Foca è vero. Quante altre mamme esistono nel mondo che urlano il loro dolore. I nostri vengono scuoiati per le pelli pregiate. Altri vengono uccisi dalle bombe e non importa se sono dello stesso sangue. Importante è arrivare al Potere come una grande piovra.

SCOPERTA LA CURA PER L’ENDOMETRIOSI

Pietro Giulio Signorile uno dei più stimati scienziati italiani ha finalmente abbattuto la barriera di una grave patologia tutta femminile: l’Endometriosi. Con la testardaggine tipica dei pugliesi (nato a Martinafranca) ha vinto con una scoperta sensazionale la patologia la cui prima diagnosi risale a tre secoli fa (1690). Una scoperta talmente importante che rivoluzionerà il modo di vivere di milioni di donne invalidate occultamente da una subdola serie di cellule che invadono senza freni il corpo femminile, partendo lì, dall’utero che ne vieta anche la maternità oltre a sofferenze fisiche spesso invalidanti. L’Endometriosi: diventa l’ossessione medica del Prof. Pietro Giulio Signorile. Per scoprirne le origini, le cause, insieme a un team di medici e scienziati, delle maggiori Università italiane si fa promotore di una onlus: la Fondazione Italiana Endometriosi. Anni di durissimo lavoro che impegna il Nostro e la sua equipe medica premiandone la testardaggine con successo. – Ero ovviamente a conoscenza dell’invalidità e del dolore indescrivibile della malattia, spiega -il primo passo che ci è sembrato più ovvio è stato quello di trovare e provare ad isolare la cellula. Scoprirne il percorso che la portava indisturbata a scivolare all’interno del corpo femminile. Un percorso di grandi sofferenze e invalidante al punto che in alcuni casi, era addirittura proibito alle donne che ne erano colpite ogni tipo di lavoro fisico. E attenzione – avverte – l’endometriosi non è una malattia rara come si potrebbe pensare. Scoprirne le cause ed in seguito le cure ha avuto una risonanza ed un successo in tutto il mondo scientifico mondiale. E’ stato ufficialmente presentato al Congresso Internazionale “Interferenti Endocrini: Endometriosi e Infertilità” alla presenza delle più importanti Istituzioni pubbliche nazionali ed internazionali: il CNR, l’Harvard School di Boston, l’Institutes of Enviromentel Health Sciences del North Carolina. Un successo per il mondo della medicina e della scienza e un incentivo, chissà, a non trascurare economicamente il settore della Ricerca.
D. Come si sente dopo aver dato un così grande contributo alla medicina italiana? R. Emozionato. Orgoglioso. Felice. Abbiamo lavorato duramente e questo è il risultato di un team solido formato da grandi professionisti della medicina. E’ un riconoscimento alla professionalità, ma anche alla tenacia.
D. Vuole spiegare che cosa è l’Endometriosi e quali i disturbi di questa patologia?
R. E’ una malattia subdola che agisce in silenzio e colpisce esclusivamente il corpo femminile. Sono cellule (endometriosi) che si formano nel tessuto adiposo periuterino (al di fuori dell’utero) che colpisce in Italia il 30 per cento di donne in età fertile. E’ una vera e propria patologia, molto dolorosa che spesso le donne per pudore o vergogna nascondono. E’ una malattia sociale spesso invalidante con conseguenze negative sia nella vita privata, sociale e lavorativa.
D. Anni di studio e ricerca quando ha avuto la certezza di essere quasi vicino al successo? R. Inizia la speranza di un successo sulla sua origine quando riusciamo ad individuare la sua origine: embriogenetica dell’endometriosi. Da ciò finalmente riusciamo a focalizzare il punto specifico sul quale lavorare ed approfondire: l’utero femminile. Dobbiamo le nostre attenzioni ed i nostri studi su questo delicato appartato. Riproduciamo l’endometriosi nel modello animale prendendo a cavie un gruppo di topi femmine (Balb C) alle quali abbiamo somministrato un interferente endocrino (Bisfenolo A). Nella prole nata da queste madri si è riscontrato, nel 30% dei casi, la presenza di endometriosi nel tessuto adiposo periuterino (al di fuori dell’utero) mentre nel gruppo di controllo non trattato con Bisfenolo A è stato riscontrato nella prole femminile un solo caso di endometriosi (5%). In Italia sono al momento circa 3 milioni le donne affette da Endometriosi, in Europa sono 14 milioni e l’Europa sostiene una spesa di circa 22,5 miliardi di oneri annuali per congedo malattia. In tutti questi secoli passati purtroppo milioni di pazienti si vergognavano di accusare sintomi sui quali purtroppo la medicina ancora non era in grado di curare. Una malattia che incide negativamente anche sulla nostra economia. Che è spesso causa dell’infertilità femminile, e che negli ultimi stadi è causa dell’asportazione di parte dell’intestino o danni all’apparato urinario. Un vero e proprio massacro sapendo che il 30% colpisce la donna in età fertile.
D. Come s’insedia la malattia e dove?
R. Ha origine nel feto femminile. E saranno soltanto le nasciture a ereditare questa patologia. Nel corso dell’esperimento il 30% delle topine nascono già con le cellule dell’Endometriosi.
D. Quali i sintomi che dovrebbero preoccupare una gestante?
R. Forti dolori pelvici, mestruali. Basti pensare che in alcuni casi si somministra l’antidolorifico alla morfina. Altri e molteplici patologie che non debbono essere sottovalutate.
D. Economicamente come avete sostenuto la vostra Fondazione?
R. Con fondi privati, donazioni. Ma desidero anche e soprattutto ringraziare Mara Carfagna che non solo ci ha sostenuto, ma che ha seguito il nostro iter scientifico con vera passione conoscendone da tempo la gravità. La Carfagna è al corrente dei riflessi negativi della malattia sul rendinto sociale, ma soprattutto nella vita privata delle pazienti che spesso hanno vergogna della loro enorme sofferenza.
D. Come nasce il suo grande amore per la Medicina?
R. C’è un detto: buon sangue non mente. Mio padre è stato un grande medico e forse i baresi lo ricordano con affetto. Da piccolo seguivo il suo lavoro apprezzandone soprattutto il lato umano.
D. In realtà lei risulta nato a Martina Franca.
R. In quel periodo c’è stato un errore di “calcolo” della mia mamma nativa di Martina che era andata a trovare i suoi parenti. Ebbene evidentemente quell’aria sublime mi ha stimolato a nascere prematuramente (sette mesi) ma come ripeto virtù del luogo, ora eccomi qua.
D. Lei sa che l’orgoglio e l’amore dei pugliesi la seguiranno ovunque. Viene ancora da queste parti?
R. Ci mancherebbe altro. Appena i miei impegni me lo permettono corro nella mia terra che amo tanto.
D. Puglia: terra di sole, di mare e di personaggi gloriosi. Dica la verità qual è l’elemento che in questo momento vorrebbe avere a vista d’occhio?
R. Non solo a vista d’occhio: in questo momento desidererei festeggiare in privato con un grande e saporito piatto di Fave e Cicoria.

Femminismo ante litteram

Se pensiamo al movimento femminista ci viene in mente una data: 1968: l’anno della rivolta ufficiale delle donne verso il maschilismo che in quell’epoca imperava. In realtà, quegli anni hanno ufficializzato ciò che era ufficiosamente nato qualche secolo prima, nel Medio Evo e sempre la città di Roma come testimone: romane vere e adottate che ebbero il potere occulto (ma non tanto) di entrare nei favori dell’Impero ecclesiastico. E sì entrarono nei favori dei rappresentanti della Chiesa. Maschilisti da sempre. Le suore ancora oggi non possono accedere ai paramenti sacri. Ma a torto o a ragione di fatto c’è che le “signore” dell’alta borghesia romana riuscirono con arti seppure discutibili, ad entrare nell’ombra nelle sedi più prestigiose del potere. Le donne allora erano considerate simbolo del peccato, mostri sessualmente da temere. Nonostante ciò molte riuscirono ad imporsi appropriandosi di un potere che seppure occulto manovrava di fatto le gerarchie ecclesiastiche. La Papessa Giovanna che riuscì a nascondersi diventando appunto Primate della Chiesa cattolica per qualche anno, fino al parto avvenuto (si narra) in pubblico durante una visita ai fedeli accompagnata dai sacerdoti. Ageltrude, detta la Papessa, perché riuscì  a far incoronare suo figlio da Papa Stefano. Non solo, ma la donna riuscì a vendicarsi di chi fino ad allora aveva ostacolato le sue ambizioni. Per non parlare di Teodora moglie di Teofilatto uomo di potere nell’ambito del Laterano, che riuscì a costruire un grande futuro alla figlia Marozia spingendola (si dice) nel talamo di papa Sergio III. Siamo nel 904. Quanti secoli sono trascorsi? Notizie ne abbiamo anche di un’altra donna “papessa per vocazione”: Matilde di Canossa è ritenuta il braccio destro del papato di Gregorio VII. Ma le maldicenze sono soltanto sussurrate perché a differenza di molte altre signore di potere, Matilde è prodiga di beneficienze che ufficialmente la pongono in una posizione di tutto rispetto. La nobildonna desidera un posto di prestigio per suo figlio Alberigo. Ci riuscirà. Purtroppo per lei dopo tanti “sacrifici” sarà proprio il giovane che ottenuta la carica ambita si vorrà liberare della madre facendola rinchiudere in un monastero dove morirà nella sua cella. E siamo nel 936 circa. L’elenco sarebbe lunghissimo. Ma qualche nota sul movimento tutto al femminile di cui oggi tanto discutiamo, è una realtà sempre esistita. Con poche differenze. E se ci sono, non ce ne siamo accorti.

JUDY L’ AMERICANA

Judy era enormemente orgogliosa di sé. Era nata in un pollaio ad alta tecnologia in California e per questi natali si vantava con le sue amiche bitontine. Judy, infatti, un bel giorno di primavera, aveva soltanto quattro mesi di vita, era stata acquistata da un allevatore di Bitonto, un bel paesone nell’hinterland pugliese. Aveva sofferto molto i primi mesi. Il coccodè delle sue amiche un po’ troppo aperto sapeva piuttosto di cantilena e non somigliava affatto al modo di esprimersi gioioso della regione dove era nata. E’ vero che non le mancava nulla, aveva mangime a sufficienza e poi, fatto molto importante, viveva all’aria aperta, libera di razzolare come voleva. Ma le sue amiche non riuscivano proprio a capire perché si lamentasse tutto il giorno e piagnucolasse in continuazione. Judy si era molto affezionata a Ugo, un galletto tutto pepe che cercava di consolarla coccolandola intere ore. Forse Ugo era anche un po’ innamorato di questa gallinella triste e piagnucolosa. Di Judy gli piacevano le piccole penne un po’ diverse  da quelle delle altre galline, color marrone, ricche di sfumature rossicce, la cresta, color vinaccio e le sue zampette un bel giallo ocra. Inoltre quello che affascinava Ugo era quel muoversi altezzoso e quello zampettare velocissimo che lo faceva letteralmente impazzire. Con le altre ospiti del pollaio Judy non aveva buoni rapporti. Non riusciva proprio ad essere uguale a loro. Si sforzava anche parecchio di essere simile alle sue amiche, ma ad un certo punto tutto crollava e Judy si distaccava senza troppi sentimentalismi.

Un giorno Ugo, che ormai le aveva dichiarato il suo folle amore, la invitò a fare due chiacchiere sotto l’ombra di un grande e meraviglioso pino secolare che ombreggiava e profumava, con la sua grande corona di foglie, il pollaio.

Si sedettero tutti e due ed Ugo cercò con tutto l’amore che aveva nel cuore di far aprire il cuore di Judy. Lei si sentì per la prima volta in vita sua una grande ed importante gallina e se era diversa dalle altre, Ugo le assicurò che non doveva farsene un cruccio. Piuttosto le insegnò ad accettare gli eventi ed i cambiamenti della vita e l’aiutò a rendersi utile non soltanto covando. E così fu.

Iniziò immediatamente ad organizzare dei campi da lavoro. Ad ogni sua amica venne dato un compito preciso: chi raspava con le zampe e costruiva delle aiuole, aiutate da due calabroni che ronzavano tutto il giorno nel pollaio. I due infatti felici ed operosi cominciarono a gettare polline nelle aiuole che ben presto fiorirono rendendo il posto pieno di colori e profumi. Altre galline furono impegnate ad insegnare a tutti i pulcini le belle maniere, a giocare senza beccarsi e soccorrere chi di loro si faceva del male mentre le altre galline più giovani, addestrarono le più piccole ad adornarsi per i mesi dell’amore. Inoltre sempre le gallinelle, furono impegnate dalle mamme a difendere comunque la loro dignità di fronte ai giovani galli un po’ troppo arditi. Nacque così un’alleanza magnifica. Tutte per una, una per tutte, anche se non mancava qualche amica un po’ anzianotta che coccodeava brontolando. Ma sotto sotto anche quelle erano soddisfatte. Peccato pensavano, che non si fossero date da fare prima. Gertrude, la più anziana, era però un po’ invidiosa di Judy. Le invidiava la linea affusolata e l’energia vitale che sprizzava da tutti i pori. Lei ormai, era diventata appetibile, e ogni tanto quando il padrone bitontino entrava per prendere le uova, la guardava e diceva: tra poco sarai pronta per un brodo al dio-biondo. Gertrude lo ascoltava atterrita pensando a quel dio-biondo  che altro non era che un grande pentolone messo a bollire sul fuoco come era accaduto tempo fa ad una sua sorella di uovo, quando il padrone la venne a prendere stringendola per le ali, Gertrude cercò di salvarla, ma quando riuscì ad avvicinarla, la sorella era agonizzante, spennata impudicamente e privata totalmente della sua privasy. Fu il giorno più brutto della sua vita. Non lo dimenticò più. Ed ora pensava alle belle parole di Judy ed Ugo, belle parole sì, ma non per lei che era ormai destinata a ben altre mansioni: un bel brodo grasso pieno di intingoli ed aromi: un brodo al dio-biondo.

Judy vedendola tutto il giorno intenta a sgranocchiare e piagnucolare le si avvicinò: ciao Gertrude, le disse, capisco la tua ansia e i tuoi timori, purtroppo la nostra vita è già stata segnata però devi reagire e se vuoi ti aiuterò. Parli bene tu, rispose Gertrude, per me c’è troppo poco tempo ormai. Il padrone ha deciso di sacrificarmi al buon dio-biondo ed io ho tanta paura, credimi.

Judy si commosse e chiamate le amiche, decisero di mettere in atto una strategia: quella di far dimagrire Gertrude e di non renderla più appetibile. Da quel giorno misero al lavoro la vecchia gallina. La fecero raspare e ripulire ben bene il pollaio. Le diedero il compito di innaffiare le aiuole e di occuparsi della pappa dei pulcini. Quando Gertrude si lamentava le ricordavano impietosamente il pentolone dove sarebbe miseramente finita in brodo.

Ben presto Gertrude riconquistò la linea di un tempo e imparò che solo lamentarsi non serve a nulla e quando il padrone venne per prenderla la vide magra e asciutta e rimandò il brodo a tempi migliori.

Le spurie del carciofo panate

Che bontà. Che ingordigia. Sono contadina di me stessa e ne vado orgogliosa. Volete conoscere il mio nome? Mi chiamo Spocchia. Un nome che ha molti significati, ma il più importante che mi attribuiscono i “golosi” è: Delizia.

I miei natali sono stagionali. Sono figlia spuria di un grande prodotto della Natura: il Carciofo che nasce per rifocillare e far godere il mondo intero. Ebbene veniamo al dunque.

Quando la stagione dei Carciofi termina nasco io. Somiglio moltissimo al gambo del mio genitore. Sono piuttosto grassetto, ma di gran gusto. Mi conoscono gli amanti della gastronomia contadina che finito il raccolto del Carciofo si affrettano a cercarmi cogliermi e gioire del mio gusto.

Amo essere cucinato in una maniera per me insuperabile.

Ricetta:

Raccolto debbo essere lentamente sfilacciato (come si usa con il Sedano) e bollito per breve tempo in acqua e aceto o limone. Scolato bene (lasciato un pochino al dente) desidero giacere poco tempo in una densa e delicata pastella. Per riprendermi dall’emozione.  Dopo 15 minuti di riposo che mi concederete, prendete un padellino alto e riempitelo di olio d’Olivo. Per vedere se è ora di tuffarmi a sfrigolare gettate due o tre grani di sale grosso nella padella che eviterà di far sbuffare l’Olio con relativa fuori uscita. Ora friggetemi con garbo e delicatezza. Scolatemi con amore e depositatemi in un bel piatto di portata. Se volete farmi cosa gradita e non soltanto a me circondatemi di qualche “bocconcino” bianco e gravido di latte, oppure una burratina, ancora meglio una fetta grondante delizia di mozzarella di bufala.

Mi chiamo Spocchia. Non cambiatemi nome. E se qualcuno ancora non mi conosce è perché essendo un rappresentante della meravigliosa cucina povera mi nascondo. Soltanto perché amo i palati delicati ed eletti a gustare i veri prodotti della Terra carnosa opulenta detta anche Terra del Sole.

Questa ricetta se siete d’accordo la vorrei dedicare a una donna nata a Palo del Colle che si chiamava Pasqua. Una donna che ho amato e che mi ha insegnato ad amare, a me romana, la cucina del Sud. Era mia suocera.


Matrimonio nell’orto di Cipollonia

C’era una volta un Paese bellissimo dove vivevano felici e contenti tutti g romi del mondo. Si chiamava Beltempo, di nome e di fatto. Aveva il clima ideale per crescere e proliferare bene. Ogni tanto un po’ di pioggia regalava a Beltempo quel tanto di acqua che serviva a dissetare tutta la popolazione.

Il re e la regina erano gli eredi della grande famiglia delle Cipollonie. Una famiglia che regnava da secoli al totale servizio del suo popolo ed, in verità, erano molto amati e stimati perchè avevano accolto da generazioni tutti gli emigranti degli altri paesi che erano venuti a vivere a Cipollonia.

Messere Prezzemolo era amaro e troppo alto per loro.

I reali avevano dodici figlie e ormai disperavano di poter avere il tanto sospirato erede al trono. Non che fossero vecchi, ma anche per dei reali dodici figlie da maritare erano proprio tante.

Ogni anno, man mano che le ragazze crescevano, il re organizzava una festa, con gli sponsali delle contrade e di altri Paesi. E per fortuna ogni anno riusciva, con grande sollievo a far sposare ad una ad una le sue figlie.

Ormai ne erano rimaste tre in età da marito, ma purtroppo essendo le più piccole della nidiata, erano le più viziate e le più esigenti.

Il re e la regina erano veramente disperati. Messere Peperoncino era troppo forte per le signorine che starnutivano e diventavano tutte rosse ogni volta che li incontravano.

Per non parlare poi di quando si incontravano con la famiglia dei sedani.Erano troppo altezzosi e di sicuro avrebbero dato tutte le loro coste per potersi imparentare con la grande famiglia reale.

La disperazione ormai reganava nel Palazzo reale. Ed il Re e consorte si erano ormai rassegnati ad avere in casa tre zitelle.

Ma un giorno, tutta la contea di Cipollonia fu svegliata da un grande baccano. Dagli orti si affacciarono tutti gli aromi, infastiditi ed insonnoliti e videro un carretto carico di strani verdurine. Erano ammassati e scuotevano il capo tanto forte da provocare delle zaffate terrificanti. Tanto erano maleodoranti che in un battibaleno gli aromi si chiusero nelle loro casette e si rifiutarono di uscire.

Ma il Re e la Regina non potettero far finta di nulla. E avvolti in grandi foglie di basilico uscirono in piazza per sapere chi fossero questi invasori e come mai puzzassero tanto.

Scese dal carretto uno strano esserino tutto a spicchi che camminava dondolando e scuoteva il suo lungo cappellino verde. Si inchinò davanti alle sue maestà e quell’inchino fece svenire i reali che soltanto dopo una sventolata di foglie di verbena si li ripresero. “Siamo Agli dell’Asia – Maestà – e siamo venuti a Cipollonia per chiedere asilo politico. Nel nostro grande Paese il caldo ci sta uccidendo e vorremmo vivere nel vostro Paese”.

Nel frattempo le tre sorelle, ormai ritenute zitelle, vedendo quei bellissimi giovanotti tutti a spicchi se ne innamorarono e decisero che ne avrebbero sposati tre. Ma soltanto quelli che riuscivano a non puzzare tanto.

Seppure a malavoglia i reali organizzarono una grande festa da ballo dove furono invitati gli aromi nobili del Paese.

Quando arrivarono gli “asiatici” ci fu un fuggi fuggi generale. Soltanto tre di loro si avvicinarono e levatosi dal capo il ciuffo verde, miracolosamente ogni cattivo odore scomparve.

Si sposarono con le tre sorelle di Cipollonia e da quel giorno entrano in pentola insieme, a patto però che gettino il cappello. E dal loro matrimonio nascono ogni giorno buone pietanze.

I reali avevano dodici figlie e ormai disperavano di poter avere il tanto sospirato erede al trono. Non che fossero vecchi, ma anche per dei reali dodici figlie da maritare erano proprio tante.

Ogni anno, man mano che le ragazze crescevano, il re organizzava una festa, con gli sponsali delle contrade e di altri Paesi. E per fortuna ogni anno riusciva, con grande sollievo a far sposare ad una ad una le sue figlie.

Ormai ne erano rimaste tre in età da marito, ma purtroppo essendo le più piccole della nidiata, erano le più viziate e le più esigenti.

Il re e la regina erano veramente disperati. Messere Peperoncino era troppo forte per le signorine che starnutivano e diventavano tutte rosse ogni volta che li incontravano.

I reali avevano dodici figlie e ormai disperavano di poter avere il tanto sospirato erede al trono. Non che fossero vecchi, ma anche per dei reali dodici figlie da maritare erano proprio tante.

Ogni anno, man mano che le ragazze crescevano, il re organizzava una festa, con gli sponsali delle contrade e di altri Paesi. E per fortuna ogni anno riusciva, con grande sollievo a far sposare ad una ad una le sue figlie.

Ormai ne erano rimaste tre in età da marito, ma purtroppo essendo le più piccole della nidiata, erano le più viziate e le più esigenti.

Il re e la regina erano veramente disperati. Messere Peperoncino era troppo forte per le signorine che starnutivano e diventavano tutte rosse ogni volta che li incontravano.

Scese dal carretto uno strano esserino tutto a spicchi che camminava dondolando e scuoteva il suo lungo cappellino verde. Si inchinò davanti alle sue maestà e quell’inchino fece svenire i reali che soltanto dopo una sventolata di foglie di verbena si ripresero. “Siamo Agli dell’Asia – Maestà – e siamo venuti a Cipollonia per chiedere asilo politico. Nel nostro grande Paese il caldo ci sta uccidendo e vorremmo vivere nel vostro Paese”.

Nel frattempo le tre sorelle, ormai ritenute zitelle, vedendo quei bellissimi giovanotti tutti a spicchi se ne innamorarono e decisero che ne avrebbero sposati tre. Ma soltanto quelli che riuscivano a non puzzare tanto.

Seppure a malavoglia i reali organizzarono una grande festa da ballo dove furono invitati gli aromi nobili del Paese.